Giuseppe Andaloro, nato a Palermo nel 1982, è considerato uno dei massimi esponenti del concertismo pianistico internazionale della sua generazione. Quello che segue è il dialogo immaginario tra Andaloro e la sua coscienza, scritto da Leonardo Rossi (23 anni).
Coscienza: “Ha consapevolmente scelto di vivere l’aleatorio. Lui è Giuseppe Andaloro, grande musicista, italiano. Sì, ma che vita ha scelto? Che vita è, la vita di musica? Giuseppe, stiamo sognando…parlami di te. Io ancora non ti ho capito dopo tutto questo tempo.”
Giuseppe: “Innanzitutto mi sembra cosi strano. Però questo sogno è divertente. Continuiamo. Sono consapevole che la percezione di questa diversità è come una quiete che si trasforma lentamente in tempesta, che moderatamente e con fuoco poi avviluppa l’anima, con cadenza, per poi esplodere dentro il cuore come un crescendo che termina esplodendo in un’orgia di suoni ben costruiti. Si capisce che vivo di musica, non saprei vivere di altro. Questa mia diversità spirituale io l’ho trasformata in un moto costante dell’animo che produce pace e passione.”
Coscienza: “Giuseppe, perché la musica e non qualcosa di più sensuale, qualcosa che ti desse meno sofferenze, meno schiene piegate e dita piagate. Perché la sofferenza che deriva dall’applicazione? Come tua coscienza, Giuseppe, ho il dovere di dirti che il mondo, ora, guarda altrove. Il mondo che tu conosci è quello della vita violenta condannata alla frenesia dell’oggi qui e del domani non so. Questa è la vita che non hai scelto. Giuseppe, non hai scelto la vita del denaro facile. Ma cosa avevi in testa?”
Giuseppe: “Io ho scelto la via dell’applicazione. Di quella forza dell’animo che deriva dallo studio attento e meticoloso dello spartito. Per fuggire alla gravità di una vita che senza musica si tinge di un’assurda banalità ripetitiva.
Non ho voluto scegliere me come soggetto permanente della mia vita, ovvero come unico attore, ma ho scelto una vita che fa di un’altra essenza, la musica, la parte attiva. Ogni musicista è un poeta e soprattutto un sacerdote di una religione che oggi si avvia al paganesimo. La musica contemporanea ha scelto la via della faciloneria, abbracciando forme caustiche di idiomi semplicioni che arrivano allo stomaco e non al cuore. Oggi tutti possono diventare compositori, è la democrazia dell’informatica. Ma pochi possono raggiungere lo Spirito dell’Umanità come fecero altri.
I postumi che questa scelta impone però sono troppi. E troppo dolorosi talvolta, e questa decisione dà una sensazione di vuoto totale quando ti rendi conto che hai scelto di correre a una velocità diversa da quella di chi ti sta intorno.”
Coscienza: “Giuseppe, sono una coscienza perfida. Voglio, desidero quella forma di perfezione che deriva dal vivere di istinto. Quanto ti è pesato la rinuncia di tutto questo? Mentre dovevi gestire ogni momento con la saggezza di un monaco per raggiungere un risultato. Non ti sembra presuntuoso voler essere diverso da quello che tutti gli altri hanno scelto di essere?”
Giuseppe: “Siccome questo è un sogno posso permettermi il lusso della verità. Scegliere la via della musica mi ha permesso di essere veramente umano. Rinnegando le debolezze che avvincono la consapevolezza di essere caduchi ho scoperto la chiave che mi ha regalato l’eternità. Quando suono, volo su un piano di perfezione metafisica che altri non possono neanche immaginare. E che il mio pubblico può solo ascoltare. Ma dove io cammino realmente. E poi non è vero che il musico è privo di istintualità. Anzi, la musica è anche quello. Ma non solo quello. Ci sono pezzi che richiedono una passione feroce nell’esecuzione. Quando ascolti e capisci le note di tutto questo universo, da Monteverdi fino a Stokowsky capisci che il mondo ha sempre avuto una consapevolezza precisa.”
Coscienza: “E quale sarebbe?”
Giuseppe: “Quella di avere delle radici saldamente piantate nel cielo.”
Coscienza: “Che cosa vuoi dire?”
Giuseppe: “Gli uomini hanno tutti le radici saldamente piantate nel cielo. Perché hanno una tensione emotiva verso qualcosa che ci sorregge. Non penso sia Dio o chi per lui, ma chi manovra questa materia definita, eppure cosi aleatoria come la musica, percepisce quel tentativo di linguaggio etereo che essa sia. Io in ogni modo ho scelto lei, perché non posso pensare di vivere la mia vita per farmi cooptare dentro un universo di imprecisione definitiva come questo. Certo, scegliere autonomamente la via dell’esilio, ti porta a saggiare il pane della solitudine. Karajan, grande maestro, maestro nobile, era solitamente definito l’uomo più solitario che mai si conosca. Glenn Gould, fisicamente preferiva la solitudine. Ecco, scegliere personalmente la via della consapevolezza, che non è niente di massonico, prefigge che tu un giorno guardi la vita con occhi disincantati.”
Coscienza: “È terribile, perché dovrei sceglierlo…soprattutto perché ci hai condannati tutti e due a questa vita grigia?”
Giuseppe: “Ma come vita grigia: questa vita è una vita meravigliosa, siamo in groppa a un turbine che volteggia sopra spazi luminosi. Cosa c’è di meglio?”
Coscienza: “L’ozio?”
Giuseppe: “L’ozio accompagnato dalla musica è il relax più produttivo. Ci sono sempre però dei piaceri che si sciolgono come ghiaccio al sole. Se questi possono darti un’amara consapevolezza di esistere, allora che siano la tua scelta. Però, accetti la caducità del piacere. È come un amore mercenario. Bere al calice della facilità non permette di saggiare quella granitica felicità che ti donano solo le scelte ben ponderate. Una vita frustrata dall’attimo è come cercare di scavare nella pietra con un cucchiaio di vetro.”
Coscienza: “Ma sembra una vita talmente noiosa.”
Giuseppe: “Tutt’altro. È una vita di grande sforzo, questa, quella dell’applicazione. Soprattutto la musica ti porta a dei risultati incredibili. Alla fine diventi un cittadino del mondo. Un apolide, rischi di perdere i contatti con la tua civiltà. Assumi la cittadinanza di un universo, quello umano, che conosciuto nei suoi aspetti migliori è una miniera di luce. Una luce che si espande da occidente a oriente. Senza limiti. Ognuno di noi nel cuore vuole la pace, ecco…immagina che in una stanza ci siano 200 persone che parlino senza accorgersi dell’altro…ci riesci?”
Coscienza: “Si sarebbe un caos inaccettabile.”
Giuseppe: “Adesso immagina che dentro quella stanza ci sia la consapevolezza che parlando in armonia verrebbe fuori una melodia celeste…ecco questa è la musica, la possibilità che duecento persone parlino all’unisono producendo qualcosa di divino…ahhh buon Verdi.”
Coscienza: “Mi sembra così pericolosamente fuori del mondo.”
Giuseppe: “Forse hai ragione. Siamo tutti un po’ fuori del mondo. E non è forse così per chiunque scelga una modalità di vita che lo impegni anima e corpo verso un’Idea. Una forma di superamento della propria umanità. Non è forse la scelta più ardua? Quella di dedicarsi solamente alla ricerca della perfezione?”
Coscienza: “Ma non è una violenza?”
Giuseppe: “Cosa…scegliere di esistere al massimo delle proprie capacità? Al massimo della propria felicità. È una scarica di adrenalina pura quella che ti viene dallo stare di fronte al mondo suonando il concerto “Imperatore” di Beethoven per tutte quelle persone. Non puoi pensare di aver sprecato la tua vita quando tutti quanti hanno deciso che da te vogliono qualcosa che loro non riescono a darsi da soli: l’armonia di un momento.”
Coscienza: “Perché qualcuno oggi con tutta questa frenesia dovrebbe scegliere di rinunciare ai piaceri di immediata soddisfazione per tutto questo sogno? Non è una perdita di tempo?”
Giuseppe: “No. Oggi, anzi, più che in qualsiasi altro tempo sarebbe necessario prevedere che qualcuno imprimesse nella mente di questi ragazzi la necessità di avere la possibilità di superare se stessi. Oggi i ragazzi apprezzano il mito della velocità. Non ambiscono a lambiccarsi il cervello su una partitura, preferiscono eseguire. Non tutti. Però sarebbe magnifico se gli eccezionali diventassero un po’ meno eccezionali. Immagina che disastro sarebbe se un direttore non si sforzasse di comprendere lo straordinario universo emotivo che si cela dietro una sinfonia.”
Coscienza: “Vedo l’alba…la vedo attraverso le tue palpebre, Giuseppe, è ora di entrare nel mondo vero. Che ne dici?”
Giuseppe: “Anche io sento il calore del sole sulla coperta. Vorrei tornassi per poterne riparlare. Si, oggi si ricomincia di nuovo lo stesso pezzo che suono da tempo. Ma non è meraviglioso, sentirlo e ogni volta dare una lettura diversa da quella precedente? Non è incredibile che ogni singola nota possa trasformarsi in una nuova finestra su mondi diversi? Se cosi non fosse che noia sarebbe.
I miei anni di gioventù sono stati magnifici. Inondati di una speranza luminosa e che solo io potevo vedere. Io e tutti gli altri che come me veleggiavano verso l’armonia più radicale. Scegliere questa vita è stato un peso. Ma accettabile. Diventare parte di qualcosa che ti sopravvivrà è stata una scelta fondamentale. Ho compreso come tutto sia necessario, veramente tutto, ma che niente più di me e della mia musica, sia veramente essenziale”
Coscienza: “Un po’ arrogante non trovi?”
Giuseppe: “Perché? Se dicessi che io valgo poco non potrei darmi la possibilità di eseguire niente di speciale. Dobbiamo avere di noi stessi la consapevolezza di poter volare ancora più in alto delle aquile.
La distanza che oggi l’uomo si porta dentro, tra il proprio desiderio e la propria anima ci ha portati a preferire il primo mettendo la museruola alla seconda. Attenzione, io ho desistito subito da quest’impresa. Il desiderio appassisce, svanisce, si ricrea, è come la notte. Diventa leggera all’imbrunire, poi pesante, poi incontrollabile e infine sparisce. L’anima invece non la puoi sottomettere. Ritorna, sotto forma di ansia di libertà, di spregiudicatezza, di anarchia, di desiderio, puro, di navigare verso il cielo. Verso un cielo che ancora sta troppo lontano dalla terra. Ricordiamoci sempre che tutti gli uomini hanno le proprie radici saldamente piantate nel cielo. E li dobbiamo guardare per poter essere costantemente soddisfatti. Ora scusami ma mi devo svegliare.”
È questa la forma dell’anima
Che noi diciamo che abita nella parte
Superiore del corpo e che dalla terra ci innalza
Verso la realtà che ci è congenere nel cielo,
in quanto noi siamo piante
non terrestri ma celesti.
Platone, Timeo, 90A
Leonardo Rossi (23 anni)
mercoledì 26 novembre 2008